Europa, così lontana e così vicina

Ansia, emozione, forse anche un po’ di timore. Queste, alcune delle sensazioni che albergavano, nell’animo dei ragazzi dell’OPS a pochi minuti dall’inizio del forum “EUROPA, così lontana e così vicina”, primo grande evento tenutosi, lo scorso 22 aprile nel Centro Socio Sportivo Parrocchiale. Un’occasione nella quale abbiamo avuto l’onore di ospitare come relatori Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink Taranto, e Antonia Battaglia, attivista Peacelink.

Nato dal desiderio di alcuni giovani della Parrocchia di confrontarsi con la realtà europea, spesso avvertita lontana dal loro vivere quotidiano, il forum ha avuto inizio con una breve introduzione da parte di Ivan Conte e Francesco Settembre, entrambi membri dell’OPS, seguita dall’intervento di Alessandro Marescotti. Professore di storia all’istituto tecnico Righi, descrive le motivazioni che portarono alla nascita di Peacelink, associazione di volontariato dell’informazione che dal 1992 offre un’alternativa ai messaggi proposti dai grandi gruppi editoriali e televisivi. Mediante una stretta collaborazione con associazioni di volontariato, insegnanti, educatori ed operatori sociali, Peacelink è a difesa dei diritti umani, della libertà dei popoli oppressi, dell’ambiente, della liberta d’espressione, promuovendo la legalità e la pace nelle diverse realtà mondiali.

Ed è a questo punto che i riflettori si accendono sull’Europa, regina dell’evento. Forte della sua esperienza, Marescotti sottolinea come sia sufficiente viaggiare per l’Europa per rendersi conto delle  grandi divergenze, sotto molti aspetti, che creano il distacco abissale tra l’Italia e il resto dei paesi europei, senza contare la “nostra” Taranto. Eppure, noi italiani siamo tra i padri fondatori dell’Europa, che oggi  appare così vicina e così lontana.

Con alle spalle esperienze internazionali sotto la guida delle Nazioni Unite,  la dott.sa Antonia Battaglia è subentrata al prof. Marescotti, delineando i principali organi istituzionali e le origini storiche dell’Unione Europea, nata sulle rovine della II Guerra Mondiale col fine di promuovere la concordia tra gli stati del vecchio continente mediante la cooperazione economica. Nel 1958 nasce così la Comunità Economica Europea (CEE), trasformatasi nel 1993 nell’Unione Europea, che ha visto intensificarsi maggiormente la cooperazione economica tra sei paesi: Belgio, Germania, Francia, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi. Da allora, è stato creato un mercato unico, che continua a svilupparsi, per realizzare, appieno le sue potenzialità.

L’Europa funge quindi da cuscinetto tra gli stati per mantenere la pace, e da garante controllando che il principio di legalità venga rispettato ovunque al suo interno. E, qualora questo principio venga meno, come è avvenuto per l’acciaieria ILVA nella città di Taranto, l’Europa è chiamata ad intervenire mediante norme che i singoli stati sono obbligati ad osservare. Nonostante queste norme trovino rapida applicazioni in molti stati europei, in Italia sono soggetti a iter burocratici spesso lunghi e difficoltosi che ne impediscono la corretta attuazione; inoltre lo scarso interesse mostrato dai mezzi d’informazione nell’affrontare tematiche europee non fa altro che fomentare maggiormente il distacco tra i singoli cittadini e l’Europa; la scuola, non da meno, appare inadeguata e arretrata nel formare il cittadino del futuro, il cittadino europeo, malgrado la sovrabbondanza di norme europee. Il cittadino è lasciato solo nel compito di formarsi alla cosa pubblica. Viene meno, quindi, uno dei principi fondamentali del Trattato di Lisbona: la trasparenza e la democrazia.

Terminato il suo intervento, i partecipanti hanno rivolto alcune domande ai due ospiti, dando vita ad un vivace dibattito riguardante soprattutto il ruolo dell’Europa nella questione Ilva. In questo periodo di crisi delle istituzioni, l’Europa deve ritornare ad avere quella centralità e quell’importanza che merita. L’Europa deve diventare il punto di partenza e non il punto di arrivo.

Noi, giovani imprenditori che resistiamo alla crisi nel Sud

Start up che puntano sul bio, aziende gestite da trentenni che vincono premi nel mondo. Che danno lavoro a paesi in crisi lottando contro burocrazia e cosche. Ecco le storie di chi quel Meridione che vuole risorgere e non si arrende

Santo alleva dromedari alle pendici dell’Etna. Monica inventa borse nei vicoli di Napoli, sfruttando la seta dei Kimono giapponesi. Daniele è l’ingegnere salentino che ha importato l’estro della Silicon Valley nella terra della pizzica. Domenico è il calabrese, testardo, che con la sansa delle olive ci fa prodotti per l’edilizia. E Daniela, in Sardegna, trasforma la lana in soffici materassini per riscaldare le case. E il latte in vernice ecologica. È un pezzo d’Italia che resiste, il filo rosso delle loro storie. Storie di creatività, di un Sud diverso da quello dell’eterno luogo comune italiano. Un Sud fatto di laureati, trentenni, e di imprenditori, più solidi, dalle spalle larghe. Ambiziosi i primi, demoliscono la sparata del presidente Fiat, John Elkan, che li aveva dipinti come eterni bambini, scatenando una bufera e poi ritrattando; disillusi i secondi, che sanno di poter contare solo sulle proprie forze.
Un primo dato è in controtendenza: lo Svimez – l’associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno – registra infatti un calo di 300 mila tra imprenditori e lavoratori autonomi negli ultimi cinque anni. Eppure la curva è più accentuata nel Centro-Nord, mentre l’imprenditoria giovanile risulta più frizzante proprio al Sud. Qui le aziende gestite da giovani fra i 20 e i 35 anni resistono meglio alla crisi, così come quelle dei “grandi” che si sono reinventati un lavoro. Capaci di trasformare una vita che costa meno, e per anni in ritardo sui ritmi di crescita del Nord, in un fattore di concorrenza. In un’opportunità: «In tempi di crisi globale può essere un elemento virtuoso, che fa ripensare ai progetti di vita», osserva Antonio La Spina, consigliere dello Svimez. E così chi è indeciso se lasciare il paesello o inventarsi un mestiere lì, sceglie di rischiare vicino casa. C’è chi investe nell’agricoltura biologica o nella green economy, c’è chi sceglie di puntare sull’artigianato. Giovani che vogliono liberarsi dalle maglie delle mafie, che non intendono più pagare il pizzo, come magari hanno fatto per decenni i loro genitori, giovani che pretendono dalla politica risposte e non più aiuti, non più il posto fisso nella Asl di turno, costretti poi a ringraziare il signorotto locale. «Sono sempre più numerosi i giovani che trovano assurdo versare l’obolo per garantirsi la sicurezza e si ribellano», spiega La Spina. «Spesso sono i figli degli imprenditori che hanno sempre piegato la testa». Piccoli passi del Sud, insomma, ai quali deve seguire un modo diverso di fare politica: «Ora è la classe dirigente che deve compiere scelte impopolari, che deve rompere gli schemi del passato fondati sulle clientele».

Il team di CicerOOs - foto di...
Il team di CicerOOs – foto di Christian Mantuano (OneShot)

Dalla Silicon Valley al Salento
Dal garage trasformato in laboratorio informatico a un vero studio professionale. Daniele Cassini ha fatto strada. Ora si rapporta con colossi dell’economia italiana, come la Fiat. E deve indossare camicia e pantaloni eleganti. I capelli corti, chiari, e il sorriso come biglietto da visita fanno da cornice al viso da bravo ragazzo. E pensare che è iniziato tutto quasi per gioco. Una fissazione che l’ha portato al successo: mostrare al mondo il meglio del Salento. Così Cassini dopo la laurea in ingegneria a Bologna, lo stage in una delle migliaia di aziende della Silicon Valley californiana, è tornato a Ugento, in provincia di Lecce, dove ha modellato “CicerOOs”, il motore di ricerca turistico che sfrutta un algoritmo in grado di cucire l’itinerario su misura del viaggiatore. Basta un clic per degustare un Primitivo d’annata, accompagnandolo con taralli fatti in casa, sulle note della musica popolare o del jazz, magari camminando tra le rovine dell’antica Magna Grecia, senza più portarsi dietro chili e chili di guide turistiche. Il Cicerone virtuale pensa a tutto. «Il progetto prende forma in Carlifornia», dice Cassini, «dove basta un garage e un’idea per creare ricchezza». Il socio, anche lui si chiama Daniele, nel frattempo conclude la tesi sull’algoritmo che cambierà le loro vite. All’inizio sono anni di precarietà, senza un euro in tasca. «Poi il miracolo», scherza Daniele, «nel 2012 abbiamo vinto il bando della Regione Puglia “Bollenti spiriti” per le migliori start up, e sono arrivate le prime risorse per aprire la società. A questo punto abbiamo iniziato il fundraising». L’iniezione di capitale ha permesso a “CicerOOs” di assumere due ingegneri a tempo indeterminato, lasciare il vecchio garage e crescere in poco tempo. Ora ci lavorano otto persone. E dopo avere intercettato clienti come il marchio torinese o l’American Express, stanno trattando con altri pezzi grossi targati Italia. L’obiettivo? Un milione di fatturato. «Ci sono le condizioni per tagliare questo traguardo», dice Cassini.

Anche se l’Italia della burocrazia e delle tasse colpisce anche i giovani talenti: «Qui è tutto difficile: trovare tecnici specializzati, districarsi fra regole e carte bollate, oltre al carico fiscale molto elevato: il costo del lavoro rispetto agli altri Paesi europei è altissimo, come si sa. Ma è incredibile che su un salario di mille euro un’azienda ne spenda più del doppio». Nonostante il fardello Italia che si tira dietro, Daniele non ha intenzione di emigrare. «La vera sfida è riuscire a realizzare i nostri sogni proprio qui, dove secondo molti è impossibile farlo. La vittoria finale vale doppio».

Santo Fragalà nel suo allevamento di...
Santo Fragalà nel suo allevamento di dromedari – foto di Alessio Mamo

Dromedari sull’etna
Guardare la sua piccola azienda è come riavvolgere il nastro della storia. Ai tempi della dominazione araba in Sicilia, proprio qui c’erano i dromedari. E lui, Santo Fragalà, veterinario, ce li ha riportati. Indossa pantaloni beige con piccoli cammelli ricamati. L’inflessione catanese è rimasta, ma la parlantina decisa sembra quella di un imprenditore pronto a sfidare il muro della burocrazia italiana. All’età di 25 anni, s’è inventato un lavoro che mette insieme l’antica Sicilia e la moderna industria dei prodotti bio. «Secoli fa sulla nostra isola c’erano i dromedari», racconta Santo, «fanno parte della storia di questa terra, eppure oggi devo superare resistenze culturali enormi, per tutti il cammello è solo un animale da ammirare allo zoo». Non per lui, però. Lui con il loro latte ci produce biscotti, torte, creme, saponi e prodotti cosmetici. Una versione moderna dei leggendari bagni di Cleopatra nel prezioso latte d’asina. Che Santo ha tolto dai libri di storia per piazzare sull’etichetta del suo bagnoschiuma, uno dei prodotti di punta, che non a caso porta il nome “Segreto di Cleopatra”. Santo è un altro che si vuole reinventare il Sud. Poteva passare la vita solo nel canile del paese, invece no. È durante il dottorato di ricerca che approfondisce le proprietà benefiche del latte di dromedario. E che trasforma un’idea in progetto di lavoro. Scontrandosi con procedure e regole non proprio amiche dell’impresa. «C’è voluto un anno per ottenere le autorizzazioni e portare in Italia gli animali. Ci ho perso giornate intere a compilare scartoffie», spiega.

«L’Europa e il nostro Paese non sono pronti a esperimenti del genere». E così, lui che ce l’ha fatta, mostra un po’ di vanità: è l’unico in Italia, e il secondo in Europa, a potersi presentare come allevatore di dromedari.
I primi prodotti sono già sul mercato, ora parte la fase due: preparare gli animali del suo allevamento a diventare autosufficienti, senza dover più comprare all’estero la materia prima: «Non appena la fattoria sarà avviata la filiera verrà ridotta al minimo», spiega. E così darà lavoro anche ai suoi compaesani: gli artigiani locali trasformeranno il latte in pasticcini o in elisir per rilassarsi con un bagno caldo. E pensare che anche lui, come migliaia di coetanei, è stato tentato dall’idea di fuggire, lasciare la Sicilia, cercare il Bengodi altrove. Poi però ha guardato oltre la staccionata, lo stretto di Messina, Taormina, il porto di Catania. E ha deciso di restare. «Mi confronto con una mentalità arretrata, con una società, quella siciliana, poco vivace dal punto di vista economico. Ma di una bellezza mozzafiato», dice. «E nonostante tutto, mi convinco di aver fatto la scelta giusta».

Daniela Ducato di Edilana - foto di...
Daniela Ducato di Edilana – foto di Alessandro Toscano (OnOff)

Edilizia in pura lana
«Chi sono io? Una contadina dell’edilizia». Si presenta così Daniela Ducato. A cinquant’anni s’è inventata la pecora 2.0. Lei che da una vecchia azienda edile ha creato “Edilana”. Già, nel momento della crisi più nera in Sardegna, con i pastori ridotti alla fame per la concorrenza straniera, Daniela ha trovato una nuova strada per far rendere il gregge. Con la lana sarda, anziché farci le coperte, ci produce un isolante per le case. In pratica sono grandi rotoli di lana, che vengono stesi sui tetti o tra i muri. Poi, nella sua Guspini, paesone di 12 mila abitanti nel Medio Campidano a una settantina di chilometri da Cagliari, trasforma pure il latte – quello che i produttori di pecorino pagano pochi spiccioli, preferendo la concorrenza straniera – nell’ingrediente segreto delle sue vernici naturali, delle malte per la bioedilizia, dei mattoni ecologici del futuro.

Quella che era l’impresa edile di famiglia è diventata, dal Duemila, un gioiello delle green economy che fattura 15 milioni di euro l’anno. E così nela sua fabbrica i macchinari lavorano gli scarti del latte e della lana: «Trasformiamo quelle che sarebbero eccedenze in prodotti modernissimi», racconta. tanto che la sua azienda s’è aggiudicata l’Euwiin awards 2013, come migliore innovatrice d’Europa.

Dalla natura arrivano le idee vincenti. E pure i pettirossi, minuziosi nel fare il nido, diventano una fonte di ispirazione per nuovi processi: «I macchinari sfruttano le tecniche di questi uccelli», rivela Daniela, che ha trascorso anni e anni a osservare e studiare il paesaggio della sua Sardegna: «L’innovazione deve avere cuore e gambe, deve cioè essere competitiva, non fermarsi alle nicchie di mercato». Per Edilana lavorano sessanta persone. E poi c’è l’indotto: «Tante realtà locali che stavano chiudendo, si sono riconvertite e continuano a vivere», dice. Proprio qui, in questo angolo di Sardegna, dove una volta la ricchezza erano le miniere. Quella di Montevecchio, chiusa nel ’91, assorbiva gran parte della manodopera. Ora non più. Servono nuove ricette. E Daniela ne ha una: «La crisi non si supera sfruttando i lavoratori o delocalizzando aziende, noi abbiamo scelto una strada diversa e continuiamo a ottenere buoni risultati». Per questo Daniela non ha mai pensato di lasciare la Sardegna: «Abbiamo un’abbondanza che domanda solo di essere impiegata al meglio e il contesto naturale ispira le nostre azioni. Ci hanno chiesto di investire in Europa, ma io resto qui, vorrei solo che chi governa mostrasse più attenzione ai nostri bisogni e alle nostre idee».

Domenico Cristofaro di Ecoplan - foto...
Domenico Cristofaro di Ecoplan – foto di Alessandro Penso (OnOff)

La Piana della bellezza
Le olive e la testardaggine calabrese hanno fatto la fortuna di Domenico Cristofaro. Suo padre morì che lui era ancora un bambino. Era un sarto iscritto al Pci, che animava i dibattiti della sezione del partito. Da lui ha ereditato la passione per le idee. E così, da adulto, quando un professore universitario gli suggerì di utilizzare la sansa delle olive per produrre lastre per l’edilizia, decise che quella proposta un po’ bizzarra sarebbe diventata il suo mestiere. Adesso ha 48 anni, i capelli grigi, il fisico asciutto di un tempo e la sua azienda, laEcoplan, è diventata un modello studiato dagli ecologisti non solo italiani. Vive a Polistena, nella piana di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria. Da qui non è mai andato via. E proprio nei feudi delle cosche di ’ndrangheta più agguerrite ha portato la bioedilizia: sfrutta la sansa delle olive per produrre pannelli da costruzione. Già. La polpa, i frammenti del nocciolo e delle bucce, Ecoplan li tramuta in lunghe lamine giallastre riciclabili al cento per cento. Per fare case, soffitti e coperture. E da qualche tempo riutilizza anche la plastica dei pannolini dei bambini. Nell’azienda lavorano quattro persone: «Siamo una piccolissima realtà, ma la nostra esperienza ha riscosso interesse tra le imprese del settore, abbiamo un impianto unico al mondo nel comparto della green economy», racconta Cristofaro. «Purtroppo scontiamo l’arcaico pregiudizio sulle imprese del Sud, alcuni finanziatori, anche stranieri, dopo aver saputo che siamo qui in Calabria non hanno voluto concludere affari».

Fatica doppia, insomma, per un’azienda che ha vinto numerosi premi ed è stata inserita tra le aziende che investono di più nell’innovazione: «Abbiamo realizzato la pavimentazione in plastica riciclata di piazza Giardino di Pero, vicina all’area Expo 2015». E a breve lancerà i banchi di scuola ecologici, di cui il premier Matteo Renzi è già stato informato: «Saranno ecosostenibili e li proporremo alla pubblica amministrazione, che risparmierebbe sul prossimo smaltimento, visto che i nostri pannelli sono recuperabili al cento per cento».

C’è un altro luogo comune sul Sud che Cristofaro vuole sfatare: «I soldi stanziati per le regioni meridionali arricchiscono l’intero Paese, non solo il meridione. Dei due milioni e mezzo che abbiamo ricevuto, oltre l’80 per cento è stato speso al Nord per gli impianti e i macchinari». E aggiunge: «siamo tra i pochi, forse gli unici, ad aver restituito parte del denaro concesso a fondo perduto, più del 35 per cento». Una lezione etica anche per le aziende della piana di Gioia Tauro, aperte da industriali del Nord, e poi dileguate una volta incassato il malloppo di quattrini pubblici.

Monica Ceravolo di Obiki - foto di...
Monica Ceravolo di Obiki – foto di Alessandro Penso (OnOff)

Artigianato made in Napoli
Unire Tokio a Napoli? Lei ci è riuscita. Monica Ceravolo è un’imprenditrice di 36anni che ha saldato la cultura giapponese all’artigianato partenopeo. Calabrese di origine e napoletana d’adozione, capello nero, viso affilato, dolce ma decisa, ha avviato una start up di fashion design nella città dove i sarti producono opere d’arte con ago e filo. Lei ha scelto di inventarsi borse artigianali, ognuna diversa dall’altra e tutte in pelle rigorosamente italiana e seta giapponese, la stessa dei celebri kimoni. Obiki è il nome del marchio: «Ho vissuto in Giappone per molto tempo, lì è nato il progetto Obiki, che significa “indossare l’obi” la tipica cintura a fascia giapponese che stringe il kimono ai fianchi», spiega Monica. Così si è messa alla ricerca di artigiani capaci. «Non è stato facile, è un mestiere antico che sta scomparendo, ma dopo una lunga selezione ne ho scelti due con i quali lavoro ancora oggi».

La scommessa di Monica è puntare tutto sul made in Italy. Si affida a maestri che creano solo pezzi unici e il mix di lavoro manuale e antico delle pelli con l’innovazione dell’idea è stato premiato al Mipel 2012, la più importante fiera di pelletteria italiana, dove Obiki è stata selezionata come migliore start up. Vende a Napoli, dove ha un “corner” nella pellicceria Rubinacci, e sull’isola di Ibiza nel lounge bar “Chilometro 5”. Poi è nato pure un negozio on line. Con una sfida doppia: farlo a Napoli e in quell’Europa invasa da merce contraffatta o di qualità pessima a basso costo: «Fare l’imprenditrice in Italia non è facile, al Sud ancora meno», racconta. «C’è la burocrazia asfissiante e ci sono le tasse troppo alte per i giovani che vorrebbero mettersi in proprio, tanto che anche se hai molte commesse, spesso i costi superano i ricavi. È un inferno. Ma restare in Italia, e al Sud in particolare, è una grande sfida. Qui c’è passione, talento, più che altrove».

 

Fonte: L’Espresso

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